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Aprile 2022


28 apr

Tourneè

immagine di copertina L’eternità della voce: …semplicemente, Koreja

L’eternità della voce: …semplicemente, Koreja

Critica
di Daniela de Rosa*

Non sono personaggi in cerca d’autore quelli ammirati in scena durante un matinée di aprile ai Cantieri Koreja, ma donne fragili e forti allo stesso tempo  che, grazie alle loro lettere, condividono il loro vissuto di dolore col giovane pubblico in sala: abbiamo imparato a conoscere e immedesimarci in Fillide, Enone, Arianna, Fedra e Medea, le cui vite sono state portate in scena dalla compagnia leccese, nello spettacolo PER PRIMO AMORE.

Ogni racconto, affidato alla sapiente regia e allestimento site specific di Salvatore Tramacere, regista della compagnia, è così ben sintetizzato che anche chi non conosce nel dettaglio la storia delle singole eroine coinvolte può seguire la loro vicenda e immedesimarsi in essa. Le attrici, infatti, danno voce ad ognuna di loro col sapiente supporto dell’allestimento scenico: con le luci che le puntano nel momento della declamazione e così anche il coro che le sostiene; gli abiti di scena, il cui colore (il bianco) sottolinea la purezza delle eroine, in contrasto con gli abiti neri e rossi che connotano, invece, il genere maschile, portatore di tenebra e sangue.

Le stesse donne abbandonate e tradite dai loro compagni, nel corso della rappresentazione, si trasformeranno per dare voce ad una sofferenza ancora attuale narrandola in lingue diverse, attraverso canti e racconti, rendendoci così partecipi di un destino a loro sfavorevole. E saranno
proprio questi canti, alcuni dei quali corali, che riporteranno in vita un coro, spesso zittito dalla Storia.

Forza dell’intero spettacolo sono le stesse attrici che, nonostante i diversi caratteri, sono accomunate da uno spirito di collaborazione e ascolto, che le rende così tenaci nel perseguire i loro scopi, tanto da accomunarle a tutte le donne che ancora si rivolgono a quegli uomini che le hanno profondamente ferite. È emblematico come, a tal proposito, al termine dello spettacolo, siano proprio loro a condurci verso un uomo seduto, con lo sguardo fisso nel vuoto, metaforicamente accasciato su se stesso, quasi a simboleggiare la sconfitta: un uomo che non ha nulla più da dire in risposta al grido di dolore che lo interpella.

Con questo spettacolo la compagnia ancora una volta vuole “essere un coro che fa eco lontano lontano’’: il fine di Koreja è quello di poter coinvolgere nella propria riflessione il più ampio pubblico possibile, come fecero già altri letterati, nel corso dei secoli, che affidarono all’eternità la loro vita, nella speranza di poter ritrovare se stessi, grazie alle tante domande suscitate in noi dal mistero infinito dell’amore narrando di donne annientate da questo sentimento.

Ma ci siamo mai chiesti come cambierebbe la società, traendone giovamento, se tutto questo amore potesse esprimersi appieno? Nonostante la sensibilizzazione che si sta cercando di portare avanti, ancora oggi vengono compiuti atti di violenza nei confronti del genere femminile che continua a lottare per occupare il posto che gli compete nella comunità. Ancora oggi, se abbiamo bisogno di sensibilizzare l’animo umano perché abbatta le barriere interiori, dovremmo riflettere ulteriormente su cosa è veramente l’amore: è ancora quel sentimento che ci trasforma, rendendoci fragili e forti allo stesso tempo, che ci apre la strada al cambiamento, che non significa egoismo ma altruismo? La speranza che ci anima, grazie agli spunti di riflessione offerti da Ovidio e Koreja è che Amore non sia involuzione ma ciò che può trasformarci in cittadini migliori, portatori degli stessi doveri e diritti.

A tal fine ringraziamo quanti hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo: Elena Bucci, a cui si deve la cura artistica; Giorgio Distante per le musiche originali; le attrici Giorgia Cocozza, Alessandra De Luca, Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta, Anđelka Vulić e i tecnici Alessandro Cardinale e Mario Daniele. Questo per dare voce a tutti quegli uomini e quelle donne che fanno del Teatro la loro ragione
di vita, rimarcandone la funzione primaria che, ponendo al centro l’uomo, riscatta coloro che non hanno avuto la possibilità di esprimersi e vivere appieno la propria esistenza. Ricordiamo con le parole della stessa compagnia che “non ci sono nemici se non la paura e l’ignoranza’’: la bellezza dell’arte sarà quel balsamo che renderà più leggera la strada da percorrere nel perseguire i nostri obiettivi e ci arricchirà di nuovi stimoli.

Vogliamo quindi ringraziare Koreja e augurare buon cammino a tutti i viaggiatori dell’esistenza che, grazie al Teatro e insieme al Teatro, cambieranno il Mondo. D’altronde, come ci suggerisce Shakespeare in “As you like it’’: “All the world’s a stage and all the men and women merely players’’. Sia pertanto la nostra vita spunto di riflessione per costruire un mondo migliore.

*Daniela de Rosa è professoressa di lingua inglese presso il Liceo “Quinto Ennio” di Gallipoli e studentessa presso l’Università del Salento, CdL DAMS.

La recensione è pubblicata nell’ambito del Progetto Giovani sguardi

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immagine di copertina Resistenza e libertà

Resistenza e libertà

Visioni
di Gigi Mangia

Sono due le parole che caricano di significato politico e civile il 25 aprile e sono: libertà e resistenza.  Ed è proprio la libertà che ci porta alla resistenza, a legare il nostro presente al passato.

La giornata della liberazione, come festa, per la fine in Italia del Nazifascismo porta la firma del presidente Alcide De Gasperi, il grande padre dell’Italia del passato. La liberazione ormai ha fatto 77 anni, le nuove generazioni sono lontane e quindi non la conoscono approfonditamente non per colpa loro. A scuola, infatti, lo studio della storia molto spesso si ferma a quello delle due Grandi Guerre senza approfondire la resistenza.

La resistenza è stata una guerra difficile e sofferta, perché bisognava lottare sia il Nazifascismo di Hitler, sia il Totalitarismo di Benito Mussolini. Per una scuola di pensiero di storici, infatti, la resistenza è stata considerata guerra civile. La resistenza fu lotta sociale di coinvolgimento di giovani, di donne e di intellettuali. Il sacrificio di tutti fu eroico, la libertà il loro canto di Bella Ciao.

L’unità dei valori della resistenza guidò il pensiero dei costituenti, i quali scrissero la Costituzione, la quale è ancora il fondamento del nostro Stato. La Costituzione italiana è un patto e un progetto di società inclusivo sia dei valori sia delle identità. La resistenza tiene vive le nostre radici e la parola libertà continua ancora ad unire il nostro presente al passato della storia. La Festa della Liberazione del 2022 però ha due bandiere, quella italiana, bianca, rossa e verde, e quello arcobaleno della pace, perché per vivere in pace bisogna essere liberi, ma noi siamo coinvolti in una guerra che minaccia l’Europa ed è rivolta contro i valori dell’Occidente. La guerra di Putin è una guerra che mette in pericolo la libertà

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La Russia fuori dalla biennale di Venezia

Visioni
di Gigi Mangia

Con un comunicato stampa, la Biennale di Venezia ha comunicato che la Russia è fuori dalla Biennale d’Arte Contemporanea, che sarà inaugurata il 24 aprile, ma il padiglione russo sarà chiuso. La ragione dell’esclusione degli artisti russi è stata quella della guerra feroce e violenta di Vladimir Putin, il quale ha agito violando le norme del Diritto Internazionale che vietano l’invasione degli Stati con atti di guerra.

La guerra è contraria alla creatività. Uccide i bambini e stupra le donne, bombarda teatri e monumenti, scuole e biblioteche. L’arte, universale e bene dell’umanità non è indifferente alla guerra. I teatri, i musei, le biennali come i festival, non sono neutrali. L’arte non è neutrale. Già nel 1500 l’arte era l’arma critica contro la guerra, ma il suo ruolo politico divenne importante nella politica con l’Illuminismo francese. L’arte contemporanea si esprime spesso con istallazioni, che prevedono la partecipazione e il coinvolgimento della società.

L’arte contemporanea, infatti, è coinvolgimento e partecipazione e non è licitazione di opere in sale di esposizione. Le immagini dei palazzi sventrati dai missili, di donne e bambini in fuga sotto i colpi dell’artiglieria dei cecchini e di città rase al suolo, come le notizie di esecuzione sommarie e fosse comuni, provenienti dai territori conquistati dalle forze ucraine, intorno a Kiev, ci hanno sconvolti tutti per la crudeltà efferata. Vladimir Putin ha negato la sua responsabilità, ma è evidente invece, che davanti a questi crimini di guerra egli deve essere portato ad essere giudicato dalla Giustizia Internazionale. Vladimir Putin vuole distruggere l’intera Ucraina.

A Bucha, città a 60 km da Kiev, l’esercito russo ha compiuto un massacro di civili, ha usato forni crematori mobili per far scomparire i corpi dei morti al fine di cancellare le prove del massacro. Sono stati trovati 410 corpi in una fossa comune. Il massacro di Bucha riporta indietro la nostra memoria a quello avvenuto 25 anni fa Srebrenica dove le forze bosniache e quelle russe massacrarono migliaia di civili musulmani. 25 anni fa l’Europa fu debole e non volle vedere, ora invece l’Europa vuole reagire e non ripetere l’errore. Il disegno geopolitico di Vladimir Putin è fuori dal tempo, nella gloriosa follia della Russia di oggi, potenza coi piedi di argilla che vive e cerca un ritorno al vecchio nazionalismo del passato. La Russia di Putin non merita la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia. Merita invece il suo Presidente di essere portato davanti alla Corte Penale Internazionale per essere giudicato dei crimini di guerra contro l’umanità.

La Biennale di Venezia, con i suoi 127 anni di storia, ha avuto il coraggio di escludere gli artisti russi dalla Biennale d’Arte Contemporanea per portare all’attenzione delle diplomazie il tema della pace, del rispetto del Diritto Internazionale che vieta l’aggressione di espansione con la guerra.

L’arte e la scienza sono universali e sono soprattutto il bene dell’umanità.

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immagine di copertina Tutto nasce da un’ immagine <br>Intervista a Marco Martinelli

Tutto nasce da un’ immagine
Intervista a Marco Martinelli

Interviste
di Annarita Risola

Marco Martinelli, regista e drammaturgo tra i più importanti nel panorama del teatro italiano, autore di testi teatrali e di opere cinematografiche fonda, nel 1983, il Teatro delle Albe insieme a Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni. Nel 1991 fonda la non-scuola del Teatro delle Albe e, dal 1991 al 2011, è direttore artistico di Ravenna Teatro.

È vincitore di sette Premi Ubu per la drammaturgia, del Premio Hystrio per la regia e di altri premi internazionali, fra cui il Mess di Sarajevo, il premio alla carriera del Festival de Carthage a Tunisi e il premio come “miglior libro sul teatro” per Aristophanes dans le banlieus, assegnato dall’Associazione Nazionale dei Critici in Francia.

D: Perché il “Teatro delle Albe” e perché questo nome?

R:Volevamo un nome che significasse “rinascita” in un fine secolo segnato da tragedie planetarie, come due guerre mondiali, lo sterminio del popolo ebraico, l’uso della bomba atomica, e un senso diffuso e maligno, nella produzione culturale, di disincanto, di assenza di prospettive. In una parola, di morte. E quindi ancor più mi sembra pieno di luce continuare a chiamarci Albe oggi, quando spettri come quelli del secolo scorso si ripresentano puntuali.

D:Cosa o chi ha davvero inciso sulla sua crescita personale e lavorativa?

R: Prima di tutto l’essermi innamorato a vent’anni di Ermanna, e aver condiviso tutto con lei: arte, vita, fatiche, allegrezza. Siamo stati maestri l’uno all’altra, abbiamo imparato dai nostri errori. 

D: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…” lei percepisce una “volontà altra” che la guida nel suo percorso?

R: Da sempre mi misuro con l’invisibile. Con un Senso, una Luce che sorregga il nostro vagare su questa terra. Cresciuto in una famiglia cattolica, negli anni ho perso e ritrovato la fede, che non è un gioiello, un oggetto materiale che si può perdere e ritrovare, ma il terreno sul quale ho combattuto, e combatto, la “buona battaglia”, sul quale mi gioco, ci giochiamo, le ragioni della speranza. Lo dice come sempre genialmente Dante nel Paradiso: “fede è sostanza di cose sperate, e argomento delle non parventi.”

D: Come riesce a tenere accesa quella luce che Nietzsche chiama giovinezza”?

R: Lo avevano già detto millenni prima i Vangeli: se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno. Occorre tornare sempre all’origine, alimentarne la fiamma. E’ un lavoro quotidiano e paziente, che ci rinnova lo sguardo, ce lo pulisce dalle incrostazioni del tempo e dell’invecchiare.

D: Si è mai pentito per aver seguito (come lei dice) “logiche eretiche e non-istituzionali”?

R: Mai. L’eredità non si baratta con un piatto di lenticchie. Non ne vale la pena.

D: Come costruisce il suo rapporto con lo spettatore?

R: Penso prima di tutto a me stesso come spettatore. A me che vorrei ogni volta divertirmi e gridare come allo stadio e contemplare in silenzio come in un tempio. 

D: In merito allo spettacolo “Madre” di cui lei firma il testo e la regia, presentato ai Cantieri teatrali Koreja lo scorso 19 Marzo 22. Il vuoto è assenza ma anche potenzialità, l’oscurità di un crepaccio, la profondità di un lago da cui emergono segni di vita inattesa. Quanta speranza e quante incognite presenta questo lavoro?

R: Il nostro mondo è sempre stato pieno di violenza, l’umanità è sempre stata il “legno storto” cui accennava il filosofo Immanuel Kant. E in questa nostra epoca alle guerre e agli stermini si è aggiunta la possibilità di una catastrofe ecologica, della fine di tutte le fini. Madre si misura con questo orizzonte di distruzione: non lo fa col taglio del saggio o del discorso politico, al contrario, lo fa con la delicatezza di una favola antica, una madre contadina che cade dentro un pozzo, un figlio ossessionato dalla tecnologia che vuol tirarla fuori, o forse non vuole, o forse è proprio lui che ce l’ha buttata dentro. E’ un apologo in cui lo spettatore può entrare da diverse porte, e attraversarlo in maniere diverse. Dal mio punto di vista, che vale per quel che vale, visto che una volta scritta una storia appartiene solo a chi l’ascolta e la percorre con la propria vita, Madre è una macchia di azzurro nel nero.

D: Sempre in “Madre” tanti gli elementi che interessano la fitta trama di questa storia dall’apparente semplicità: la biscia d’acqua che evoca sessualità e fertilità, il buio, la paura dell’ignoto e l’incapacità (in questo caso del figlio) di ascoltare, il dubbio che s’insinua, la natura, la tecnologia e poi i suoni e i corpi, espressione di differenti arti che si uniscono in un solo corpo, trino e uno, che incanta ed emoziona. Come è nato e come si è sviluppato il suo processo creativo?

R: Tutto nasce da un’ immagine: un pozzo, una donna che ci è caduta dentro. Poi ci si mette a scrivere, ed è impossibile spiegare come il tutto prenda “quella” forma. Succede. Dietro la penna che scrive, c’è una vita intera, quella dello “scrivano”, per citare Testori, che tanto ha sofferto, esultato, che tanti libri e quadri e film e spettacoli ha divorato e digerito, che tanti perché si è domandato e continua a domandarsi.

D:Il teatro del’900 si distingue per l’esigenza di una costante ricerca di originalità. Lei ha definito il suo “Politttttttico” perché?

R: Io e Ermanna non amavamo il teatro politico autoritario, arrogante, il “so-tutto-io” che dominava alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. E al tempo stesso volevamo un teatro che ancora avesse a cuore la polis, che fosse politico nel senso più alto e nobile del termine. Da lì l’invenzione bislacca e patafisica del politttttttico con sette t.

D: Nel suo libro “Nel nome di Dante” cita San Tommaso D’Aquino, il quale parte dal dato reale, quello evidente che ha sotto i propri occhi. Lei da cosa “parte” per scrivere una storia?

R: E’ la storia stessa che mi invade, e all’inizio si manifesta in forme diverse: può essere un’immagine tra sogno e veglia, come nel caso dell’incipit di Madre citato in precedenza, oppure può presentarsi attraverso una vicenda di cronaca, come quella del vigile urbano Donato Ungaro che nel cuore dell’Emilia, a Brescello, ha avuto il coraggio di mettersi contro la ‘ndrangheta. Ogni volta lo spunto è diverso, ma un aspetto resta sempre uguale, le storie mi si parano davanti con piglio deciso e mi dicono: raccontami.

D: Alla luce dei nuovi e drammatici episodi di cronaca. Lei pensa che il Teatro possa essere ancora utile per smuovere le coscienze e sviluppare una nuova sensibilità/umanità?

R: Sempre. Anche se sembra una battaglia persa. Ma non lo è. 

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Parole che inquinano altre parole

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di Gigi Mangia

Ci sono parole che inquinano altre parole. Crimini di guerra incriminano le parole Pace e Civiltà. Sono queste, parole pesanti fanno molto male e graffiano il nostro pensiero.

Nel 1948, gli Stati vittoriosi che avevano sconfitto il nazismo, approvarono la Dichiarazione dei Diritti Inviolabili delle persone per evitare che nel futuro si potessero verificare crimini di guerra contro l’umanità. Fu l’Unione Sovietica a non approvare quella dichiarazione.

Oggi Vladimir Putin viola la dichiarazione, in particolare l’art. 1, aggredendo l’Ucraina e commettendo crimini di guerra, uccidendo donne e bambini, bombardando scuole, forni e ospedali. La guerra di Putin, contro l’Ucraina, usa le armi nel ‘900 ma è diversa perché non è più la guerra simmetrica degli eserciti, gli uni contri gli altri, ma è quella che coinvolge la società civile. È una guerra, infatti, che usa i corpi per imporre il terrore come forza di vittoria nell’esercizio della violenza ed esibisce i corpi stuprati delle donne violentate e sgozzate, i corpi dei civili sparati nella schiena e colpiti nel volto, per dimostrare la propria bandiera del disprezzo e dell’odio verso gli ucraini. È una guerra di propaganda. Le immagini, le lacrime, le parole disperate, le fotografie arrivano e le conosciamo nelle nostre case.

Le esaminiamo seduti comodi nei salotti e il rischio è quello di non sentirsi coinvolti nella guerra e quindi di essere fuori dal pericolo. La guerra invece la subisce L’Ucraina, ma è rivolta contro l’Europa, le sue leggi, i suoi valori, la sua democrazia. Il modello strategico della guerra di Putin è quello di ritornare alla grande Unione Sovietica. La guerra, quindi non riguarda solo l’Ucraina, ma coinvolge l’Europa e l’intero Occidente. Dopo i crimini di guerra della Seconda guerra mondiale il poeta Giuseppe Ungaretti, che conosceva la guerra del ‘900 per averla vissuta come combattente, scrisse una poesia “Non gridate più” con la quale ci invitava a trovare il rispetto della dignità dell’uomo nel silenzio.

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immagine di copertina 2 aprile, giornata mondiale dedicata alla consapevolezza dell’autismo

2 aprile, giornata mondiale dedicata alla consapevolezza dell’autismo

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di Gigi Mangia

La visione del “pensiero blu” dell’Autismo è una visione altra e lontana, nella mente, capace di stupire. L’Autismo non è una malattia, ma una condizione di caduta del corpo nel mondo di essere diverso dagli Altri. L’Autismo è uno “stigma” le cui origini sono nei tempi delle tradizioni popolari. Nella storia, infatti, l’autismo è stato definito il “male del freddo” perché si pensava che fosse colpa della donna-madre, la quale era fredda a ricevere la nascita del figlio autistico e quindi lo rifiutava.

Il dramma del dolore non era nel corpo della madre, ma nella società che accoglieva il bambino con l’aggettivo “bambino autistico”. Per le madri ci sono figli, per la società ci sono figli autistici, sordi, ciechi e zoppi. La strada dell’emarginazione comincia dagli aggettivi con cui la società compila il catalogo delle diversità degli esclusi perché nati malati.

L’Autismo è una condizione difficile da gestire, da vivere e da comprendere. È una croce sulle spalle delle madri, le quali devono lottare per inserire i loro figli nella società e farli rispettare.

L’Italia nell’Istruzione ha fatto la scelta della Scuola dell’inclusione. Un insegnante di sostegno su tre è senza specializzazione e spesso nella Scuola manca la continuità didattica,
fondamentale nel processo positivo per la formazione personale ed intellettuale dello studente con difficoltà. Ma ciò che rende difficile e complica nella Scuola dell’Inclusione dello studente disabile è la figura dell’assistente, fondamentale, che spesso manca, la cui nomina spetta al Sindaco.

Gli Autistici hanno una vita molto difficile. In passato finivano in manicomio perché erano considerati malati di mente. Nel nostro tempo la loro fine è quella di vivere nei centri diurni e da grandi nelle RSA perché la Sanità della cura della salute nel territorio, o è in ritardo o è ancora totalmente assente.

Il modello sanitario dei servizi alla persona nel Sud è in grave ritardo rispetto ai Comuni del Nord. Il PNRR investe risorse finanziarie per superare la differenza dei servizi sociali fra Sud e Nord dell’Italia. È imperdonabile per tutti perdere le opportunità di spendere bene i soldi dell’Europa per realizzare e garantire la salute a tutti ed in particolare ai più bisognosi, secondo lo spirito della Costituzione.

In Puglia ci sono ventitremila soggetti autistici, cinquemila di loro sono in età scolare. Le famiglie, spesso sole, chiedono di avere per i loro figli un’offerta formativa potenziata, in cui la riabilitazione e la formazione siano obiettivi unificati e certificati; di avere laboratori orientati ai valori della creatività sociale e dell’arte; di avere impianti sportivi accessibili; di avere un’integrazione vera al lavoro, in una parola l’attuazione della legge 2015 sull’Autismo.

Tutti abbiamo il dovere di non deludere, dimostrando grande responsabilità.

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immagine di copertina Diritti negati

Diritti negati

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di Gigi Mangia

NELLO YEMEN I BAMBINI SOLDATO SONO MANDATI IN GUERRA E SONO FUORI DALA SCUOLA, NELL’AFGHANISTA LE DONNE SONO FUORI DALL’ISTRUZIONE, ALLE BAMBINI INVECE È VIETATA LA SCUOLA.

Davanti ad un diritto negato: mai chiudere gli occhi, mai perdere la voce, mai rinunciare alla denuncia.

La guerra non si limita solo alla conquista e al dominio politico dei popoli. Il suo progetto infame è quello di abolire la libertà, vietare l’istruzione, escludere le donne dalla cultura, per fare di loro solo produttrici di figli e del corpo palestra di sesso.

I Paesi fuori dall’illuminismo sono molti e sono utili al capitalismo di rapina. Le carte dei Diritti Internazionali si stanno rivelando atti formali e non hanno la forza di far valere i principi del diritto che le ispira. La Diplomazia è disarmata davanti agli interessi delle Grandi Potenze perché contano sempre la spada e i soldi. Il cuore della finanza
è il portafoglio, il diritto all’istruzione un dettaglio. Un popolo senza
istruzione è più facile da governare ed è molto più semplice da sfruttare.

Nel suo progetto di teatro, Koreja è teatro con impegno pedagogico, per scelta di lavoro e per vocazione culturale. La cura verso le scuole, la rassegna di Teatro Ragazzi, raccontano tutto l’interesse che il teatro ha verso l’educazione dei ragazzi giovani e bambini.

Non si può tacere davanti alla barbarie e al disprezzo dell’istruzione, che serve solo a gonfiare le vene del potere dispotico
dei tiranni di ogni colore.

Non possiamo tacere e quindi, accettare di mandare gli aiuti internazionali ai Paesi che negano l’istruzione alle donne, come avviene in Afghanistan e ai bambini nello Yemen, dove sono impiegati per fare la guerra.

La guerra della Russia contro l’Ucraina, nella nostra Europa, ha fatto sparire dalle pagine dei giornali e dai social, sia l’esclusione delle bambine dalla scuola imposta dai talebani, sia l’impiego dei bambini–soldato nello Yemen. L’ignoranza non è solo una barriera sociale, è una
gabbia, una vera prigione senza la luce della ragione.

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immagine di copertina La guerra è sempre una sconfitta della ragione:  “Bellum Iustum” non esiste.

La guerra è sempre una sconfitta della ragione: “Bellum Iustum” non esiste.

Visioni
di Gigi Mangia

La guerra della Russia contro l’Ucraina è diversa rispetto a quella del passato. È una guerra, infatti, che si serve della comunicazione e della propaganda, usa i social, i video, la fotografia, molto la televisione. È spettacolarizzata, vissuta come un videogioco davanti allo schermo televisivo o nello smartphone.

Io seguo la guerra ad occhi chiusi, la conosco, la sento, ma non la vedo. Sento le sirene, il rumore delle bombe e dei missili lanciati per colpire i palazzi, i condomini, gli ospedali, le scuole, i teatri, l’università e distruggere i supermercati. I carrarmati, i missili come le bombe, colpiscono anche i civili, gli sfollati in fuga dalle case in fiamme. Sento, in particolare, la voce dei disperati innocenti in fuga dalla guerra. La guerra colpisce il cuore della città, il suo obbiettivo è quello di cancellare la comunità. I bambini uccisi dalla guerra, ad oggi, sono 128; le scuole distrutte 63. Non sono numeri, ma chiodi di insopportabile dolore conficcati nel mio pensiero, avverto un’agitazione della mia coscienza disarmata ed impotente di agire. Quella del dittatore, Vladimir Putin, è una guerra cinica orientata all’odio, fondata nell’ideologia del potere assoluto in lotta contro il capitalismo della cultura occidentale, il suo progetto è un nazionalismo estremista.

Putin ritorna indietro e farnetica la storia. È stato il suo discorso avuto, prima della dichiarazione di guerra all’Ucraina. Putin, come il serbo Milošević, nella guerra in Serbia, vuole realizzare l’urbicidio delle città ritenute nemiche. Il suo progetto, infatti, è quello di distruggere tutti i luoghi della vita sociale come le piazze, i musei, i teatri, le scuole, gli asili, dove i bambini sono il futuro della città. La guerra riduce in macerie le città, Mariupol, Kharkiv e Kiev, sono città martiri, senz’acqua, pane e luce. La guerra colpisce e uccide i corpi. Le donne sono stuprate e impiccate in segno di disprezzo della vita.

Per cancellare la memoria, per impedire di vivere, per interrompere la continuità delle generazioni, per compiere l’urbicidio, la guerra uccide donne e bambini, senza colpa, ma obbligati a subire la guerra. Le città distrutte dalla guerra rimangono per lunghi anni con le ferite e per guarire ci vogliono anni e anni di grandi cure. L’urbicidio è una morte particolare della città, perché non c’è la sepoltura né delle macerie che rimangono visibili come piaghe della guerra, né dei morti che finiscono in fosse comuni. Non c’è la guerra buona o giusta, la guerra è sempre sbagliata ed è la perdita della ragione, per questo deve essere sempre disprezzata. L’Ucraina è stata aggredita da Putin per questo, almeno a me, tocca il dovere di aiutare, anche con le armi la resistenza degli ucraini in lotta contro i russi invasori per difendere la loro libertà. Nella realtà il pacifismo etico – ideale è un pensiero debole che non sempre può essere praticato, così come la storia ci ha insegnato.

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immagine di copertina Giornata mondiale <br>della poesia

Giornata mondiale
della poesia

Visioni
di Gigi Mangia

La penna dei poeti puó scrivere con parole chiare la responsabilità della guerra incivile e cinica del dittatore Vladimir Putin.
Il 21 marzo è la giornata mondiale della poesia. Il mondo stordito dal rumore delle bombe ha bisogno di sentire le parole nella voce dei poeti perchè i poeti aiutano l’uomo, non lo lasciano mai solo, lo guidano sempre. La poesia è chiamata a dire parole di chiarezza:
mai più sui bambini la morte del cielo, mai più dal cielo e dalla terra terrore e sangue. La guerra che uccide, il dittatore che bombarda le scuole, gli ospedali, i teatri e i condomini, si rende responsabile di una guerra cinica e incivile perchè scarica tutta la sua devastante violenza sul corpo. La donna infatti diventa l’obiettivo privilegiato e pregiato del soldato, si esercita così lo stupro di guerra contro le donne. La voce dei poeti si condensa in nuvole di parole in opposizione alle bombe a grappolo che distruggono e uccidono i bambini vittime invisibili della guerra. Ai poeti il compito di scrivere con la loro penna il futuro dei bambini sopravvissuti alla violenza devastatrice della guerra cinica e violenta per essere curati dalle gravi ferite della guerra. Il 21 marzo, giornata mondiale della poesia, deve essere dedicato al teatro di Mariupol’ distrutto da una pioggia di bombe. Il teatro è la casa dei poeti dove le parole possono essere la voce della resistenza al male e quindi la forza della narrazione del futuro.
Se vuoi avere un maestro e non essere mai solo trova nella tua vita un poeta.

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immagine di copertina 37 anni di Koreja <br>un’impresa artigianale

37 anni di Koreja
un’impresa artigianale

intervista tratta da PAC paneacqueculture.net

Interviste
di Ida Barbalinardo

21 febbraio 2022

| Il primo nucleo del Teatro Koreja – formato da Salvatore TramacereStefano BoveFranca Carallo e Francesco Ferramosca – si costituisce nel 1985 e abita gli spazi del Castello Tre Masserie di Aradeo, nel profondo sud. Un sud in cui il teatro è una pratica sconosciuta se non altro perchè non se ne sente il bisogno, ci pensano le varie manifestazioni della tradizione popolare a riempire il vuoto.
In questo contesto, il gruppo originario di Koreja cerca di dare vita a un teatro particolare, un teatro connotato dall’interesse per la ricerca, per la sperimentazione e proiettato verso l’incontro come motivo di arricchimento. Sulla base di questi presupposti e in seguito al trasferimento a Lecce nel 1998, all’interno di un’ex fabbrica di mattoni, totalmente ristrutturata a proprie spese e sita nel quartiere Borgo Pace, si delinea sempre più chiaramente l’identità di Koreja: una realtà che, seppur aperta alle influenze provenienti dalla relazione con l’altro, mantiene una forte impronta personale ravvisabile nella spiccata artigianalità e nella fede per la “pratica in cerca di teoria”.
In occasione del 37° anniversario della fondazione, abbiamo intervistato Salvatore Tramacere, direttore artistico di Koreja:

A quando risale il suo primo incontro con il teatro e cosa l’ha spinta a continuare su questa strada?

In tutte le circostanze della vita, secondo me, c’è qualcosa che scegli e qualcosa da cui vieni scelto. Per quel che mi riguarda, posso persino dire che il teatro mi è capitato, considerando che volevo fare tutt’altro nella vita. Però stiamo parlando dei primi anni ’80, un periodo storico in cui in Salento la parola “teatro” era una parola lontana, sconosciuta. Nonostante tale contesto ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie. Una di queste persone (César Brie) proprio in questi giorni è in scena presso Koreja sia con un suo lavoro (Boccascena, la cui regia Brie ha condiviso con Antonio Attisani), che con La riparazione, uno spettacolo che ha scritto e diretto per noi.
Il punto di svolta è stato probabilmente questo: la coincidenza del desiderio di andare via con l’incontro con il teatro, che in questo senso equivale alla più piena realizzazione di quella volontà di fuga ed evasione.
Da qui in poi è stato fondamentale cercare di costruire una casa fin da subito, un luogo dove potersi sentire protetti, da una parte, e dove avere la possibilità di ospitare e incontrare persone, dall’altra.
Come Koreja – che ha una storia collettiva, non abbraccia solo il mio percorso – abbiamo così incontrato figure fondamentali della storia del teatro in un territorio in cui quest’ultimo era ancora qualcosa da inventare, trascorrendo gli anni della nostra iniziazione e della nostra formazione in una masseria.

A cosa attribuisce la mancanza di teatro al sud in quegli anni nonostante esistesse un immaginario nutrito della tradizione popolare?

Credo non se ne sentisse granchè il bisogno perchè, a sud in genere ma nel Salento in particolare, quello spazio vuoto era riempito appunto dalla tradizione. Penso ad esempio alla dimensione delle feste paesane, dietro le quali vi è un grande lavoro: festa vuol dire struttura, non è mai improvvisazione. È chiaro però che in questo caso stiamo parlando di spettacolarizzazione, passare al teatro è un’altra cosa. Lo studio del folklore e dell’antropologia è stato importantissimo per me perchè, pur non avendo una formazione teatrale vera e propria, scolastica, disponevo di un mio background che mi nutriva e mi arricchiva tantissimo.
Poi ripeto, passare al teatro è un altro discorso e dipende anche dal lavoro che si vuole fare: i nostri progetti erano legati all’idea di un teatro particolare, un teatro delle relazioni, dei rapporti, della ricerca e questo ci ha portato a confrontarci con varie figure.
Questa è l’impostazione che ha fatto sì che non fossimo dei “poveracci” quando abbiamo incontrato il teatro, eravamo già in un certo senso figli di qualcuno, mi permetto di dire.

Nell’ambito del vostro gruppo originario, vi capitava di preoccuparvi di non essere accolti proprio per la vostra idea particolare di teatro e della scarsa familiarità del sud con la pratica teatrale?

Il nostro primo spettacolo – con la regia di César Brie – si chiamava  Dovevamo vincere e, nel corso della messinscena, cantavamo canzoni grike e in dialetto salentino. Ricordo che a metà degli anni ’80, a Santarcangelo di Romagna, gran parte del pubblico rimase disorientato nel vederlo; solo una persona, Thierry Salmon, comprese le origini della storia che stavamo raccontando.
Culturalmente quindi ci sentivamo fragili, un po’ minoritari ma non deboli e ancora adesso siamo così: questa fragilità in qualche modo ci appartiene.
Tale disposizione d’animo ha fatto sì che, nel corso del tempo, siamo sempre andati in cerca di altre realtà marginali, minoritarie, soprattutto per quel che riguarda il lavoro che abbiamo fatto all’estero (che credo abbia coinvolto 44 Paesi del mondo); non lo abbiamo fatto con una reale consapevolezza, abbiamo più che altro trovato nostri simili in altri posti del mondo.
Ne consegue che la nostra identità, che si costruisce giorno dopo giorno e spero non si esaurisca mai, sia fatta anche di questi piccoli dubbi, di questi momenti in cui metti in discussione quello che stai facendo per poi procedere con un approccio migliore.

E sempre nell’ottica di questa dimensione dell’incontro, quanto dello sguardo delle grandi personalità con cui vi siete relazionati è stato poi mutuato nell’esperienza di Koreja?

Io credo che la cosa più bella degli incontri non sia l’idea di portarsi via un pezzo di quella persona ma sapere che tu appartieni a quell’esperienza umana, che deve però essere contestualizzata in quel determinato periodo storico. Gli incontri non rimangono uguali a se stessi nel corso del tempo: io e César, ad esempio,  non siamo più gli stessi di tanti anni fa, siamo, spero, evoluti e ritrovarci ancora qui significa che c’è una sorta di appartenenza, di riconoscimento di un percorso. Così vale per Eugenio Barba, che è stato qui a novembre, e per le altre persone che sono state importanti per il nostro cammino, per il nostro sviluppo.
È quindi giusto che la poetica si arricchisca e cambi man mano che si va avanti: nella pittura i pittori peggiori sono stati quelli che hanno iniziato e finito nello stesso modo. Questo per dire quanto gli incontri segnino la tua vita e quanto sia importante definire i periodi, sapere che fino a un dato momento ti sei rispecchiato in qualcosa e, successivamente, ti apparterrà qualcos’altro. Ed è bello: non vuol dire perdere d’identità, ma rafforzarla.
Poi è chiaro che delle relazioni rimane spesso traccia in quello che si fa e un esempio in tal senso è il fatto che Koreja, a livello architettonico, non c’entra niente con il sud, le origini, la festa ma in qualche modo rimanda a Berlino, a Oslo.

In Koreja si percepisce una forte impronta di artigianalità legata alla ricerca e anche all’incontro con l’altro, con l’uomo. Questo aspetto si riversa poi nella vostra linea di condotta, la “pratica in cerca di teoria”, anch’essa forse collegabile alla componente dell’artigianalità.

Sì, abbiamo sempre pensato che il fare venisse prima del pensare, che non vuol dire fare quello che si vuole senza criterio ma cercare di utilizzare l’esperienza per risolvere un problema. Il teatro è fatto di problemi, non di domande. Le domande bisogna porsele prima e, una volta trovate le soluzioni, possono nascere le forme che rappresentano l’opportunità di dare concretezza a un’idea. La nostra pratica consiste nell’avere il coraggio di cambiare, a volte anche subito, senza aspettare troppo: è un atteggiamento che deriva dal nostro essere sempre stati molto concreti e pratici, cercando di dare titolo e definizione a quello che facciamo solo in secondo momento.

Come si riesce a conciliare l’artigianalità, la propensione all’incontro – le quali richiedono lentezza e approfondimento – con i ritmi che la contemporaneità impone (essere costantemente presenti, performanti, produttivi)?

Si fa che se prima si faceva dell’incontro la sola possibilità di esistere, oggi, di opportunità del genere, bisogna crearsene venti. Questo vuol dire sviluppare la capacità di realizzare più cose in più direzioni, cercando di mantenere quell’artigianalità di cui stiamo parlando: è chiaro che dedicarsi a un solo progetto richiede lentezza e ricercatezza, economicamente deficitarie. Se invece contemporaneamente t’impegni su dieci fronti, questo ti porta a una complessità e anche a una ricchezza economica che ti permette di continuare. Non è facile. Quello che voglio dire è che Koreja è un’azienda in cui un gruppo di persone che sono state formate nel tempo compiono un lavoro quotidiano in più sensi, cercando di mantenere in tutti una certa qualità. Siamo, questo è poco ma sicuro, un’impresa culturale all’interno della quale 18 persone lavorano, percepiscono stipendi, contributi etc. Questo è il minimo, per non dire poi tutto quello che c’è intorno.

Per chiudere, guardando a questi 37 anni trascorsi, cosa non vi aspettavate e vi è stato dato dall’esperienza di Koreja? Penso anche all’impatto con la pandemia.

Il nostro primo spettacolo – Dovevamo vincere – secondo me era già un programma poetico di Koreja e, nel bene e nel male, questo concetto è rimasto, non nel senso che abbiamo perso ma che, come in passato, continuiamo ad impiegare tutte le nostre forze e capacità in quello che facciamo, mantenendo la passione e la propensione alla cura.
Questa pandemia credo che più di altri ci abbia trovati attenti, pronti: non voglio nella maniera più assoluta pensare che siamo meglio o peggio di altre realtà, però questa situazione non ci ha trovato spiazzati, senza strumenti sia da un punto di vista economico sia del confronto. Abbiamo dovuto sottostare a tutta una serie di regole, ma il modo in cui affrontare questa condizione in un certo senso lo conoscevamo già. La “pratica in cerca di teoria” ci è stata molto utile in questo senso. Quello che abbiamo fatto è stato cercare di portarci sempre avanti, anche su questioni che magari non erano ancora emerse da un punto di vista ufficiale.
Lo slogan della crisi in cui possono nascere cose nuove si realizza se tu sei pronto: ecco, per me questa è una parola chiave. Alessandro Leogrande è stato per noi un maestro in questo senso, perchè era realmente portatore di questo tipo di cultura secondo cui non basta la passione, servono gli strumenti.

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* PRIMAVERA PAC è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.

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