La Rumba di Ascanio Celestini : una danza di voci silenziose
Critica
di Sabrina Console
nell’ambito del laboratorio GIOVANI SGUARDI
Domenica 9 marzo sono stata spettatrice di Ascanio Celestini e della sua Rumba, capitolo finale di una “labirintica” trilogia. Un monologo teatrale incalzante e “spettinato”, dove la figura di un Francesco D’Assisi contemporaneo, diventa la chiave per accompagnare lo spettatore in un viaggio attraverso le ferite del mondo.
In scena un sipario rosso, che si apre come finestra su una complessa stratificazione della realtà, e un drappeggio musicale, sapientemente intessuto da Gianluca Casadei nei panni di Pietro, suo interlocutore. Storie di vite interrotte, che toccano il cielo, le stelle e arrivano al mare. Storie di vite strappate via dalle onde, dalla solitudine, dalla fatalità di un destino accanito a cui non si può sfuggire. E come in una Rumba, che l’autore confessa essere la parola ricorrente all’interno di un loop musicale, sentinella del processo drammaturgico, questo si alterna ritmicamente agli scorci di vita del santo, nato nel 1182 e catapultato nella nostra epoca. Una rappresentazione teatrale imprescindibile e con l’amaro in bocca, dico, inevitabile.
“Quante stelle ci sono nel cielo? Tante. Non si possono contare”.
Quante parole ci sarebbero per parlare della Rumba di Celestini? Tante. Non si possono contare.
Ma io ne userò una sola: straordinaria.
Sabrina Console nasce a Fasano nel 2001, si diploma al liceo scientifico “L. Da Vinci” e coltiva sin da piccola una passione per il teatro, che studia e pratica.
Attualmente è studentessa presso il corso di Laurea in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo dell’Università del Salento a Lecce.